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FLAUTOBANSURI

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Igor Orifici, la musica indiana e il bansuri : un itinerario di ricerca musicale e di
aspirazione all’armonia.
Di Gianfranco Gavianu
(per ‘Cunta su’, giornale di Laveno, pubblicata in due parti a maggio e luglio 2013)
Musicista e animatore culturale dell’ Associazione Albero Baniano, Igor Orifici, nato a
Gallarate nel 1973, vissuto a lungo a Varese, da circa dieci anni risiede a Laveno dove
vive con la compagna Silvia De Ambrogi, da cui ha avuto due gemelline. Dopo aver
frequentato il Liceo artistico, ha intrapreso lo studio del flauto classico indiano (bansuri)
sia in Italia con Lorenzo Squillari che in India con Ashim Kanti Mazumdar e si è
diplomato con lode al Conservatorio di Vicenza, svolgendo una ricerca sulla storia, la
prassi e gli aspetti simbolico-filosofici del flauto bansuri. Dal 2006 segue diversi seminari
del grande Pandit Hariprasad Chaurasia.
Chiudere nei limiti di un’intervista la vivacità del vissuto è sempre frustrante; a maggior
ragione ne esce impoverita la ricchezza di spunti e suggestioni scaturita dal dialogo che
ho intessuto con Igor, con cui sono entrato fin dalle prime battute in sintonia spirituale.
Ecco comunque la trama essenziale di quanto ci siamo detti. “Sam”, in sanscrito ‘unione’,
‘armonia’ , è il concetto che ha tramato implicitamente la conversazione che ho avuto
con Igor Orifici nella casa dove abita in un angolo della Laveno più antica, in via
Caprera: un luogo che evoca l’intimo raccoglimento degli spazi necessari alla musica e
alla meditazione. In effetti la ricerca di armonia, di compiutezza di sé, di superamento
delle scissioni interiori sembra essere la spinta profonda, la necessità interiore che ha
guidato Igor nel suo itinerario di ricerca musicale ed esistenziale.
Cosa ti ha spinto originariamente a interessarti della musica indiana?
I miei interessi sono stati inizialmente di natura culturale-filosofica; non avevo una
specifica preparazione musicale. Sono stati un intimo bisogno interiore, una necessità
profonda che mi hanno spinto verso la cultura indiana soprattutto per la ricerca di
armonia con sé e con la natura che la ispira. In seguito ho avvertito la necessità di
acquisire una preparazione tecnica specifica in campo musicale.
Quali sono stati gli incontri culturali, i maestri che ti hanno guidato nel tuo
itinerario formativo?
Senza dubbio la lettura dell’opera di diversi studiosi della musica e della cultura indiana,
ma soprattutto le persone incontrate in India, siano essi maestri tradizionali di diverse
discipline o musicisti eruditi. Hanno avuto un ruolo decisivo nella mia formazione il
maestro Lorenzo Squillari e il maestro Hariprasad Chaurasia, massimo rappresentante
mondiale del bansuri nel XX secolo ed ancora attivo, che continuo a seguire. Il gruppo di
Teatro di Ricerca delle Sorgenti ‘Milòn Méla’ con i suoi musicisti Baul, è stato sempre un
riferimento, una speciale finestra nel mondo delle arti indiane e della ricerca umana.
Spesso ospito a Laveno artisti favolosi, come Udai Mazumdar, Namrta Rai, Supriyo Dutta
e Federico Sanesi, per imparare e presentare in provincia la loro musica. Quest’anno ho
incontrato il flautista Mujtaba Hussein in India, un caro amico e maestro.
Come avviene l’apprendimento della musica nella cultura indiana?
Decisivi sono l’oralità, il rapporto diretto coi maestri: la memorizzazione e
l’interiorizzazione delle forme musicali costituiscono il presupposto dell’apprendimento e
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dell’esecuzione. Il maestro deve trasmettere quasi per una necessità ineludibile al suo
discepolo la propria arte perché la tradizione sopravviva. Più che l’apprendimento teorico
o del repertorio, conta l’esperienza vissuta dell’esecuzione di un “evento” musicale. La
musica non è scritta, se non in forma di appunti e solo in certi casi; viene trasmessa e
appresa attraverso una tradizione orale e quindi espressa in maniera sempre nuova e
spontanea. In india i suoni non si chiamano ‘note’, si chiamano shruti: ‘ciò che si può
udire’ (i microtoni), e svara, qualcosa che ‘risplende da sé’ (i toni e i semitoni).
Tutto si apprende con l’ascolto e la pratica di esercizi. Una volta apprese le regole del
linguaggio musicale l’improvvisazione assume un ruolo importante e la musica
scaturisce dal cuore.
Quali sono le differenze e i punti di contatto tra la tradizione occidentale e quella
indiana in campo musicale?
La musica indiana non ha conosciuto quelle nette cesure, quelle soluzioni di continuità
che forse hanno caratterizzato tanto profondamente quella occidentale; si è mantenuta
fedele alla tradizione più antica privilegiando la melodia e rimanendo estranea alla
polifonia in uso nella musica europea. Questo non significa che essa sia ‘semplice’: forse
all’orecchio occidentale può apparire monotona, se non viene educato a coglierne le sottili
variazioni.
La musica indiana era vicina alla musica greca antica. Faceva parte dell’arte teatrale
‘totale’. Ha sicuramente alcuni punti di contatto con la nostra musica antica e
mediterranea. A volte viene riduttivamente chiamata ‘modale’, ma suggerisco di non
analizzarla con parametri che non le appartengono. La tonalità non cambia mai durante
l’esecuzione delle forme classiche, ed è sempre presente un suono di ‘bordone’. È una
musica che ha sviluppato al massimo la scienza musicale del tempo e del ritmo, oltre alla
ricchezza di ornamentazioni e combinazioni matematiche nella linea melodica. Mentre
noi abbiamo il concetto di scala modale, pentatonica, ecc… in India i raga (che sono
centinaia) sono vere e proprie ‘entità melodiche’, strutture matrici dal carattere ben
preciso che si sono formate nei secoli e discendono con una enorme potenza evocativa.
La musica classica indiana nel secondo millennio d.C. si è sviluppata nelle corti come in
Europa.
Quali sono i termini, i concetti fondamentali per chi da profano volesse accostarsi
a queste esperienze estetica.
Un termine decisivo è raga, che significa ‘colore’: ciò che deve tingere, intridere l’animo
tanto dell’esecutore come dell’ascoltatore durante l’esecuzione del brano musicale. A
questo concetto si associa la nozione di rasa, ‘succo’, ‘umore’: è evidente il nesso
profondo con la dimensione fisica, corporea dell’esecuzione-ascolto. I Raga sono dunque
strettamente connessi sia alle stagioni, sia ai momenti del giorno e della notte sia agli
stati d’animo. In India le stagioni sono sei e a ciascuna di esse è associato uno specifico
Raga”. A questo scopo Igor mi fa ascoltare – l’intervista si è svolta in una di queste
giornate di pioggia interminabile – un raga che nasce in rapporto al periodo delle piogge
monsoniche che caratterizzano come è noto il clima indiano. Ne percepisco – pur da
profano – l’intima, profonda malinconia.
I raga ubbidiscono a specifici schemi compositivi?
La nozione-chiave è quella di circolarità, ciclicità: intonandosi sul bordone prodotto con
un liuto chiamato tampura, s’inizia l’andamento melodico detto alap, un preludio in
tempo libero, che si svolge fino ad acquisire un ritmo implicito. Il raga può essere
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intonato da una voce solista o da uno strumento a cui progressivamente se ne possono
associare altri, il bansuri (flauto traverso), il sitar, il sarod, ecc… Dopo che il ‘discorso
musicale è stato definito con l’alap inizia lo sviluppo di uno o più ‘temi’ e numerose
variazioni in cui la melodia si intreccia con i tabla (tamburi), che segnano ed elaborano
complessi cicli ritmici detti tala. L’improvvisazione e il virtuosismo prevedono un
continuo ritorno al sam, l’inizio del ciclo ritmico e punto di incontro dei musicisti. La
conclusione è segnata dal ritorno ‘ciclico’, dopo un progressivo crescendo della velocità e
dell’articolazione melodica, alla quiete iniziale. Questa esperienza richiama lo Yoga che,
attraverso un successivo ‘schiudersi’ delle varie zone del corpo, mira progressivamente a
ricongiungere l’uomo che lo pratica alla vibrazione originaria. Questo vale per la musica
oggi considerata classica, ma ci sono diversi generi e uno stesso raga può essere
utilizzato per composizioni molto diverse tra loro.
Siamo giunti dunque a parlare del bansuri, lo strumento da te privilegiato e a cui
hai dedicato la tua tesi di laurea: Sphurti. Soffio vitale e flauto traverso di bambù
nella tradizione dell’India del Nord. Parlamene.
Va innanzitutto chiarito il significato del termine sphurti che a noi occidentali appare
enigmatico. Nella pratica musicale del bansuri, sphurti (lo sbocciare, il soffio
manifestantesi) è l’elemento fondamentale. La parola è riconducibile alla radice
indoeuropea “Phu” di carattere onomatopeico che indica espirazione, insufflazione.
L’italiano fiore dal latino flos, il greco phuein (nascere-divenire), l’inglese blow sembrano
avere lo stesso etimo. A sua volta la nostra parola “flauto” rimanda a un’identica origine.
Quindi il suonare il bansuri rimanda a quella ricerca di unità col cosmo a cui la
cultura filosofica indiana dai Veda allo Yoga al Buddismo sembra aver
costantemente perseguito.
Sphurti nella cosmogonia indiana è l’atto creativo dell’universo ed anche il fiorire
dell’umano. In effetti uno dei postulati della cultura indiana, pur nelle straordinarie e
contradditorie diversità che la caratterizzano, è l’intima unità tra macrocosmo e
microcosmo. Strumento che si colloca alle origini delle diverse civiltà, il flauto, secondo
diversi etnomusicologi, evoca la colonna vertebrale, è una sorta di simbolo archetipo che
stabilisce un nesso unitario tra gli elementi del cosmo e i centri vitali del corpo umano
(cakra ). Spesso nella poesia il flauto di canna rappresenta l’essere umano ‘reciso’ dalle
proprie radici.
Pertanto il fine che persegue chi, come te, suona il bansuri non è diverso da quello
a cui mira la meditazione Yoga?
Credo di sì. La musica, non solo quella indiana, abolisce limiti e confini, accomuna gli
uomini; è anche una terapia. Il Sangitaratnakara, trattato musicale sanscrito del XIII
secolo ci dice della difficoltà per la gente comune a realizzare il Suono sottile ‘non
manifestato’, a capire la natura del mondo invisibile, e perciò consiglia come rimedio
l’adorazione del suono ‘manifestato’, che ha doppia valenza: piacere e liberazione!
La pratica del bansuri porta il corpo e la mente di chi suona ad una trasformazione, dato
che questo strumento, per produrre dei bei suoni, richiede un progressivo adattamento
ed una sorta di accordatura di sé. Non avendo la meccanica del flauto traverso
occidentale l’emissione dei suoni dipende in maggior misura da fattori organici, quali la
modellazione dell’aria con le dita, tecnica che consente di accarezzare tutti i microtoni
dell’ottava musicale, sempre secondo la sapiente esecuzione dei raga. La filosofia indiana
insegna che tutto nasce dal suono, perciò la musica tutta è yoga, se praticata con lo
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spirito giusto. La musica indiana nasce dalle formule sacre dei Veda, e si è poi arrichita
con profonde ricerche e contaminazioni nel corso di almeno tremila anni mantenendo il
suo forte impulso metafisico insieme alla grande tecnica e varietà di stili. Nada-yoga è lo
‘yoga del suono’. In generale un percorso di ricerca musicale richiede sempre molta
disciplina.
Si potrebbe, per concludere, parlare dunque di un’esperienza di liberazione?
In qualche modo il musicista mira al risveglio dell’energia bloccata nel nostro corpo
portandola a livelli via via più alti, dove gli elementi fisici più sottili e quelli psichici si
dissolvono nell’unione con la sorgente primigenia (ishvara) nella beatitudine di un
supremo sentimento d’amore (premananda). Per concludere non c’è immagine migliore di
quella di Krishna, la divinità dell’antica mitologia indiana che suona il flauto vamshi: si
dice che la spina dorsale (vamshi), lungo la quale fiorisce il soffio vitale, non sia altro che
un flauto nelle mani del Divino.
La dolcezza e la pienezza del suono del bansuri sono fortemente evocative, per me il suo
suono è nettare, è il richiamo di Shri Krishna all’amore.
N.B. Chi fosse interessato a conoscere maggiormente le iniziative dell’Associazione Albero
Baniano può consultare il sito. www.alberobaniano.weebly.com 
 

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